L'invecchiamento dell'apparato muscolo-scheletrico

Processi fisiologici in terza età
L'invecchiamento è un fenomeno caratteristico del ciclo di vita e presente fin dal concepimento. Pur essendo un fenomeno naturale noto a tutti gli esseri umani, è difficile accettarlo come realtà innata dell’individuo. Vi sono numerose definizioni riguardanti l’invecchiamento.
- L'invecchiamento è definito dal Websters New Universal Unbridged Dictionary come "l'accumulo di cambiamenti in un organismo o in un oggetto nel tempo" (Washington, 1980).
- L'Enciclopedia Britannica lo definisce come "il cambiamento graduale ed intrinseco di un organismo che porta ad un evidente rischio di vulnerabilità, perdita di vigore, malattia e morte; esso si svolge in una cellula, organo o nell'intero organismo durante l'iter di vita di qualsiasi essere vivente" (Britannica, 2011).
- L'Oxford English Dictionary definisce l'invecchiamento come "l'insieme di modifiche morfologiche e fisiologiche che appaiono come risultato dell'azione del tempo sugli esseri viventi e che implica una diminuzione dell'adattabilità in ciascun organo, apparato o sistema, nonché la reattività agli agenti nocivi che colpiscono l'individuo" (Oxford Dictionary, 2011).
- Autori come Lehr (1980), Laforest (1991), Gomez e Curcio (2002) sono di comune accordo nel definirla come un processo “dinamico” e “multifattoriale”, insito in tutti gli esseri umani.
- L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), invece, attribuisce la vecchiaia al "Processo fisiologico che inizia con il concepimento e provoca cambiamenti nelle caratteristiche delle specie durante il ciclo vitale”; questi cambiamenti portano ad una riduzione circa l’adattabilità dell'organismo in relazione all'ambiente".
- Al giorno d’oggi, l'invecchiamento è un fenomeno globale portatore di enormi conseguenze economiche, sociali e politiche (OMS, 2019).
- Entro il 2050, secondo le previsioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, 1 su 5 persone al mondo avrà più di 60 anni.
Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale dell’OMS, afferma: “Il nostro obiettivo è garantire che tutti possano ottenere i servizi sanitari necessari, ovunque vivano”.
Attualmente una persona su dieci ha 60 anni o più e le stime affermano che entro il 2030 gli individui della generazione caratteristica del “baby boom” saranno anziani. Si ritiene che questo gruppo sarà per il 25% rappresentativo della nostra popolazione. (Organizzazione Mondiale Della Sanità)
In Italia, con riferimento ai dati Istat 2019, gli individui con 65 anni di età e oltre sono incrementati da 12,1 a 13,9 milioni, conseguendo pertanto una crescita di 1,8 milioni.
A distanza di dieci anni le classi di età più rappresentative hanno subito una modifica: la classe più anziana ha cumulato 2,7 punti percentuali in più rispetto al 2010, mentre le persone in condizione attiva o formativa sono rispettivamente scese di 1,6 e 1,1 punti percentuali.
Evidenti, inoltre, le percentuali che caratterizzano la divisione fra Nord e Sud Italia; la popolazione ultrasessantacinquenne al Sud incide per il 21,6% del totale, nel Nord e nel Centro risulta rispettivamente pari al 23,9% e al 23,8%.
Altresì nella rivista “Aging concept analysis” (Gerokomos, 2014), si afferma che l'aspettativa di vita media alla nascita è aumentata di 20 anni rispetto all’ anno 1950 e ha raggiunto i 66 anni; si prevede che entro il 2050 aumenterà di 10 anni in più. Tale aumento sarà più evidente e rapido nei paesi in via di sviluppo, dove si prevede che la popolazione anziana quadruplichi nei prossimi 50 anni. La suddetta trasformazione demografica ha profonde conseguenze in relazione all’ aspetto della vita individuale, comunitaria, nazionale ed internazionale. Tutti gli aspetti dell'umanità quali sociale, economico, politico, culturale, psicologico e spirituale subiranno una grande evoluzione (Alvarado A, 2012).
Contemporaneamente gli anziani offrono risorse preziose e molto spesso ignorate che apportano un importante contributo alla struttura delle nostre società (Brochet BM, Et.Al, 1998).
McCarthy (2009) e Helme (2001), invece, suggeriscono che questo avvenimento porterà ad un aumento della mortalità e della morbilità nei soggetti con malattie associate al processo di invecchiamento, quali patologie croniche, osteo-muscolari, lombari e tumorali.
Ciò che è di comune interesse nella maggior parte delle ricerche scientifiche è il concetto di invecchiamento, analizzato con focus sull'insieme di cambiamenti morfologici, funzionali e psicologici che comportano principalmente l’involuzione della struttura e delle funzioni dei diversi sistemi e che aumentano la vulnerabilità dell'anziano allo stress ambientale ed alla malattia. Lo studio di suddetto concetto, anche se di grande interesse per gli effetti che produce a livello fisico, mentale e sociale, è stato collegato nello studio “An evolving concept” ad altri concetti come il deterioramento, la disabilità, la fragilità e la vecchiaia, il che rende difficile definire le relative caratteristiche specifiche ed esigenze di cura. Tutta via la conoscenza del fenomeno permetterà di proporre strategie di intervento e di individualizzazione della pratica assistenziale in ambito geriatrico.
“In terza età vi è una diminuzione nelle funzioni biologiche e nelle capacità di adattamento allo stress metabolico. I cambiamenti subiti dall'organismo implicano la sostituzione delle cellule funzionali cardiovascolari con tessuto fibroso. Gli effetti generali di invecchiamento includono, inoltre, una ridotta immunità, una perdita di forza muscolare, una diminuzione della memoria ed altri aspetti inerenti alla cognizione, perdita di colore dei capelli, ridotta elasticità della pelle, maggior limitazione funzionale e scarso equilibrio”. (Gerokomos, 2014).
L’insieme di cambiamenti risultano biochimici, fisiologici, morfologici, sociali, psicologici e funzionali. In generale si tende a visualizzare una sorta di confine fra età adulta e terza età, concetto contrastante la “Teoria della Continuità” di Castelblanque e Cuñat, quale afferma che non vi è una “rottura radicale” tra l'età adulta e l'anzianità, bensì la vita si basa sulla transizione alla vecchiaia, dove con l’aumentare dell'età, gli individui imparano ad usare strategie adattative che aiutano loro a reagire favorevolmente alle difficoltà della vita. La teoria della continuità afferma, inoltre, che il comportamento della popolazione anziana è determinato dal loro stile di vita precedente, dalle abitudini e dai gusti sviluppati nel trascorso. Questa prospettiva può essere vista come un incentivo alla promozione di stili di vita sani che possano favorire il benessere fisico e psicologico, con funzione preventiva.
L'invecchiamento è influenzato ulteriormente dalle malattie subite, dalla sofferenza accumulata nel corso della vita, dal tipo di vita che la persona ha condotto e dai fattori di rischio ambientali a cui è stato esposto, oltre che l’ereditarietà.
Secondo Vaillant e Mukamal (2001), l'invecchiamento dovrebbe essere distinto in tre dimensioni:
1. Declino
2. Cambiamento
3. Sviluppo
Di seguito si analizzano le conseguenze dell’invecchiamento in ciascuna delle qualità fisiche.
Forza negli arti superiori
La forza riferita agli arti superiori si riduce con l'aumentare dell'età.
Forrest Et. Al hanno eseguito uno studio trasversale e longitudinale durato 7 anni analizzando uomini di età compresa tra 51 e 84, giungendo alla conclusione che quelli sopra i 75 anni avevano il 27,6% in meno di forza rispetto ai minori di 60 anni. Lo studio longitudinale ha fornito loro un tasso medio di declino del 2,8% all'anno. L'analisi relativa ai gruppi di età ha prodotto il rapporto del 2% per gli adulti minori di 60 anni e del 3,4% in quelli di età superiore ai 75 anni. (Forrest KY, Et. Al, 2005).
Gli stessi ricercatori hanno replicato lo studio a distanza di due anni analizzando un target femminile, conducendo uno studio trasversale su 9.372 donne di età compresa tra 65 e 99 anni e hanno scoperto che le donne di età compresa tra 75 e 79 anni avevano il 10% di forza di presa manuale in meno rispetto alle donne di età compresa tra 65 e 69 anni, mentre le donne di età superiore agli 80 anni ne avevano il 14% in meno rispetto a quelle di età compresa tra 70 e 74 anni. Eseguendo l'analisi longitudinale è risultato che il livello medio di perdita di forza manuale era del 2,4% all'anno. La perdita è stata direttamente proporzionale all'aumentare della fascia di età. In conclusione, si è scoperto che dall'età di 64 anni la forza degli arti superiori registra il più grande declino. La media delle donne di età superiore ai 64 anni subisce una diminuzione del 34,22% rispetto alle donne di età compresa tra i 20 e i 44 anni. (Forrest KY, Et.Al, 2007).
Forza negli arti inferiori
La perdita di forza nelle gambe è maggiore rispetto alla perdita di forza nelle braccia (Landers KA, Et.Al., 2001).
Goodpaster et al, in uno studio longitudinale di 3 anni, hanno analizzato il grado di estensione delle gambe in 3.075 uomini e donne di età compresa tra 70 e 79 anni, ottenendo un tasso di discesa annuale del 3,4% negli uomini europei, del 4,1% negli uomini africani, del 2,6% nelle donne europee e del 3% nelle donne africane, mentre la perdita di massa muscolare annuale era dell'1%.
Esiste una correlazione tra avanzare dell'età e sarcopenia; la perdita di forza non è causata esclusivamente dalla diminuzione della massa muscolare, bensì dipende talvolta da altri fattori quali età, livello iniziale di forza, perdita di massa muscolare, sarcopenia, storico dell’attività fisica e stato di salute relativo a patologie come artrite e diabete; anche le cadute contribuiscono alla perdita di forza con l'avanzare dell'età.
Nuez Et.Al. (2004) esaminarono la forza esplosiva delle gambe nelle donne sane di età compresa tra i 20 e gli 80 anni e scoprirono che i cali maggiori si verificavano a partire dai 44 anni (23% rispetto al gruppo tra i 20 e i 34 anni) e dai 64 anni (30% di diminuzione rispetto alle donne di età compresa tra 55 e 64 anni).
Diversi studi (Gale CR, et al, 2007), (Ruiz J, et al, 2008), (Newman AB, et al, 2006) confermano che la diminuzione della forza muscolare, sia negli arti superiori che negli arti inferiori, è favorevole alla mortalità negli anziani. La forza di presa manuale è oltretutto suggerita dai ricercatori come metodo per la rilevazione di sarcopenia. (Lauretani F, et al, 2003).
La sarcopenia è comune nelle persone di età superiore ai 65 anni e la sua incidenza aumenta con l'età; Una ridotta massa muscolare ed un alto livello di grasso sono associati a limitazione nella mobilità negli uomini e nelle donne in terza età, dati fondamentali per una giusta progettazione di intervento concernente il target di popolazione.
Capacità aerobica
Secondo gli studi la velocità di calo del VO2max non è costante a lungo andare nell’ età, ma accelera bruscamente ad ogni decennio, ed è più rilevante negli uomini rispetto alle donne.
Una revisione di Hawkins e Wisswell delle percentuali di VO2max in calo ottenuta negli studi sia trasversali che longitudinali è giunta alla conclusione che il rapporto di calo era circa il 10% per decennio.
Stathokostas Et.Al riconoscono che sebbene gli uomini abbiano un livello iniziale di VO2max superiore, la percentuale di declino in 10 anni è del 14,7%, rispetto al 7% nelle donne di età compresa tra 55 e 84 anni. (Stathokostas L, et al, 2004). Secondo Weiss Et.Al, la diminuzione della capacità aerobica dopo i 60 anni è dovuta sia ad una riduzione della FCmax che a una riduzione della capacità delle arterie di trasportare ossigeno. Queste riduzioni si verificano più rapidamente negli uomini, premesso che le differenze di genere tendono a dissiparsi negli ultimi decenni di vita.
Flessibilità
La flessibilità osserva una diminuzione progressiva e non lineare, conforme all’ avanzare dell'età. (Araujo C, 2008)
Nello studio di Araujo C. i valori medi tendono ad essere sistematicamente più elevati nelle donne, anche in tenera età. Dopo i 60 anni, tale divario aumenta e le donne risultano il 20- 40% più flessibili rispetto agli uomini, anche se lo studio di Doriot N. et al si conclude affermando che il sesso è un fattore meno rilevante rispetto all’ età, quale risulta determinante per ogni articolazione e movimento. Doriot Et.Al hanno confrontato, inoltre, il range massimo di movimento delle articolazioni degli arti superiori degli adulti (da 25 a 35 anni) e degli anziani (65-80 anni), giungendo alla conclusione che la perdita massima si osserva in zona cervicale, in particolar modo nel movimento di estensione e di flessione laterale (più del 40% di diminuzione) e nel tronco durante il movimento di flessione laterale (sopra il 33%) e di rotazione assiale (più del 16%). L'articolazione della spalla diminuisce la sua mobilità del 25% in flessione e del 10% in adduzione.
Equilibrio
I disturbi dell'equilibrio sono comuni nelle persone anziane. L'equilibrio è un importante fattore di rischio per le cadute ed è influenzato dalla progressiva perdita della funzione sensoriale associata all'avanzare dell'età. Cali riguardanti l’aspetto propriocettivo, visivo, vestibolare, muscolare, coordinativo e cognitivo contribuiscono attivamente al disturbo dell'equilibrio. Quest’ ultimo si manifesta in compiti prestativi come stare in piedi, piegarsi, salire le scale, camminare oltre che nella risposta agli stimoli esterni. Amiridis et al hanno esaminato l’adattamento posturale nelle diverse fasce d’età, principalmente nei compiti di equilibrio statico, aumentandone gradualmente la difficoltà; le persone anziane mostravano variazioni nel baricentro e nella stabilizzazione articolare, con un’attività elettromiografica superiore a quella dei giovani adulti. (Amiridis I, et al, 2003). Madhavan e Shields hanno osservato che i giovani (< 30 anni) sono stati in grado di rimanere in equilibrio statico monopodalico con occhi chiusi in media 48,2 secondi, mentre gli anziani (> 60 anni) hanno raggiunto solo una media di 4,5 secondi. Questi risultati sono stati attribuiti ad una diminuzione della propriocezione e delle funzioni vestibolari negli anziani.
In terza età la locomozione subisce cambiamenti; si apprezza una velocità dell'andatura ridotta, un aumento del tempo di appoggio bipodalico, una diminuzione della lunghezza del passo e una minore mobilità a livello dell’articolazione tibio-tarsica durante la fase di appoggio della camminata.
Inoltre, nello studio di Benedetti MG et al viene comparata l’esecuzione motoria di salire un gradino fra anziani e giovani, dove la velocità e il modello di esecuzione risultano alterati negli anziani in quanto essi permangono maggiormente nella fase di appoggio bipodalico con un piede a terra e l’altro sul gradino, evidenziando un maggior piegamento del busto in avanti, una maggior flessione dell'anca e un minor range di mobilità della caviglia. L'invecchiamento nell'uomo è associato, dunque, ad una perdita funzionale e prestazionale a livello neuromuscolare, in parte legata alla riduzione della forza e della potenza, conseguenza della perdita di massa muscolare e scheletrica. Tale perdita, insieme ad altri fattori come l'invecchiamento del sistema nervoso somatosensoriale, ha implicazioni funzionali come la diminuzione della velocità di deambulazione, l’aumentato rischio di cadute e la perdita di autonomia progressiva. Tutto ciò contribuisce all’ alterazione qualitativa della vita delle persone anziane.
A cura di Dr.ssa Francesca Boca
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